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Julio Cortázar

Gli esempi di scrittori attenti all’eccentricità sono numerosi, e in questo interesse manifestano spesso la loro stessa eccentricità. Non possiamo iniziare che dal più grande di tutti, lo scrittore argentino Julio Cortázar, da cui siamo partite casualmente (cioè, non casualmente). I suoi romanzi e i suoi racconti sono pieni di personaggi che, in tutta tranquillità, e considerandosi normalissimi, si comportano in modo tale da far rizzare i capelli alle persone conformiste, rispettose delle convenzioni sociali. A Cortázar dobbiamo anche l’invenzione della parola che ormai consideriamo sinonimo di eccentrico: ‘cronopio’. (Questo avviene nel libro Storie di cronopios e di fama, Einaudi, edizione originale del 1962). Ma Cortázar non inventava, soprattutto osservava: era un vero e proprio collezionista di personaggi eccentrici presi dalla vita reale (vedi il libro La vuelta al día en ochenta mundos,Siglo XXI, 1967). Ma "per trovare i cronopios bisogna essere un po' cronopios". E infatti, la sua eccentricità (e genialità)si vede dal contenuto dei suoi romanzi, e non solo. Pensiamo al suo romanzopiù significativo, Rayuela. Materiali esposti ma non organizzati in un discorso chiuso, che si prestano a diverse modalità di lettura, tra cui il lettore può scegliere sapendo che comunque non perderà mai il senso. E ci sono capitoli prescindibili e imprescindibili, e anche finali alternativi. La forma ideale di Rayuela, dice Cortázar, è un pacco di schede, di pagine sciolte, da mescolare a caso. Così prende forma un progetto patafisico: una macchina per la lettura di Rayuela, denominata Rayuel-O-Matic. Si trattava di un archivio di cassettini dai quali il lettore, comodamente disteso, poteva estrarre i diversi capitoli tramite una rudimentale tastiera. Gioca bizzarro, divertimento. Eppure questa macchina, concepita negli anni sessanta, oggi sarebbe un Cd-Rom, in cui leggere, con il computer, un iper-libro. (da un testo di F.V.)

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Henry Cavendish

Vissuto nel 18° secolo, detestava ogni contatto con il personale di servizio di casa sua, tanto che comunicava con loro usando cassette per le lettere. Una volta gli capitò di incontrare una cameriera sulle scale, e subito dopo fece costruire una seconda scala. Eppure Cavendish è lo scienziato che scoprì che l'acqua non è un elemento semplice, ma un composto di idrogeno ed ossigeno.

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Guillermo Cabrera Infante

Di questo grande scrittore cubano, purtroppo morto poco tempo fa, il lato più cronopiesco (e geniale) compare nel suo libro –il suo capolavoro?- Tres Tristes Tigres (Seix Barral, Barcellona, 1968), scritto cambiando continuamente linguaggio, secondo i personaggi che fa parlare, riuscendo a mostrare come una lingua -in questo caso lo spagnolo di Cuba- possa trasformarsi in tante lingue diverse che esprimono i diversi mondi in cui vive ogni persona (vale la pena di studiare lo spagnolo per leggerlo). E’ un libro intraducibile, per dichiarazione dello stesso autore, che, subito dopo, lo tradusse in francese e inglese, meritando così di essere inserito tra i grandi cronopios. E, all’editore che si lamentava perché la traduzione non era in vero francese, Cabrera Infante rispose: “Non importa, neanche l’originale è scritto in vero spagnolo”. Infine in questo libro vengono raccontati anche episodi cronopieschi, che avevamo raccolto nel nostro libro. Come il misterioso cartello comparso vicino a una casa all’Avana: “Vietato tirare cani”. Questo cartello si spiegava con il fatto che in quella casa viveva una ricca signora, che l’aveva trasformata in un rifugio per cani; così quando qualcuno voleva disfarsi di un cucciolo indesiderato lo lanciava al di là della cancellata, procurandogli un aereo rifugio sicuro. (disegno originale) O come la storia dello psicanalista che si faceva raccontare i sogni dai suoi pazienti e poi ne ricavava i numeri da giocare al lotto.

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Sor Juana Inés de la Cruz

Grandissima scrittrice e poetessa messicana del ‘600 (a lungo sottovalutata, come spesso succede alle donne artiste in tutti i campi). Fu straordinaria in tutta la sua vita, segnata dalla passione di leggere, scrivere, studiare (per questo è entrata nel nostro libro come la cronopia dei libri, ma quando raccontiamo questa storia ai bambini non suscita particolari entusiasmi ma piuttosto un diverso tipo di sbalordimento). Fin da piccolissima sfogliava i libri della biblioteca del nonno; a tre anni accompagnava la sorella alle lezioni, e chiese alla maestra di insegnare anche a lei a leggere e scrivere. Imparò prestissimo, senza dir nulla a casa per paura che la facessero smettere. Quando comiciò a studiare, per imparare in fretta adottò questo sistema: segnava dove arivavano le punti dei suoi amati lunghi capelli, poi tagliava una ciocca e diceva: quando saranno cresciuti, se non avrò imparato questa cosa, taglierò un’altra ciocca: Non è giusto che una testa sia adorna di capelli una testa soglia di conoscenze, che sono un ornamento tanto più bello. A sei anni sentì parlare dell’università, dove le donne non erano ammesse: allora cominciò a tormentare la madre chiedendo che, da grande, la vestissero da uomo e la mandassero là a studiare. Intanto imparava voracemente e velocemente studiando tutte le discipline. Divenne così famosa che fu presa a corte come damigella, e il viceré organizzò un incontro con i quaranta professori dell’università. Chiese loro di interrogare Juana Inés, ognuno nella sua materia, e Juana, a diciassette anni, tenne testa a tutti rispondendo a tutte le domande. Dovendo infine decidere cosa fare della sua vita, preferì non sposarsi, per non essere intralciata nei suoi studi da marito e figli, e si fece suora. La sua cella divenne la biblioteca più ricca di tutto il Messico, piena anche di strumenti musicali e scientifici, e lì riceveva i più importanti letterati e studiosi. Ma era una donna. E il vescovo finì per proibirle di studiare e scrivere. Lei vendette tutto, diede il ricavato ai poveri, poi si dedicò a curare gli ammalati fino a morirne. Ma prima aveva scritto una bellissima lettera al vescovo, difendendo il diritto delle donne a studiare e scrivere esattamente come gli uomini (Respuesta a Sor Filotea). Anche in questo, si alza come un’aquila sopra il suo tempo (eppure ancora oggi, per esempio, la Garzantina liquida questo testo straordinario solo come uno scritto ‘in cui si difende dall’accusa di scarsa devozione e di eccessivo attaccamento agli studi profani’). (La storia di sor Juana si può leggere in Octavio Paz, Suor Juana Inés de la Cruz o le insidie della fede, Garzanti, 1991.) Ritratto di Sor juana da libro di Paz.

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Witold Gombrowicz e la traduzione di Ferdydurke

Nato nel 1904 in Polonia, si laurea in legge, studia filosofia e economia, ma senza interesse. Scrive racconti, poi inizia a scrivere Ferdydurke, il romanzo che appare oggi come uno dei capolavori del ventesimo secolo, ma che passò allora del tutto inosservato. In questo libro compaiono quasi tutti gli argomenti esistenziali di primo piano, come il divenire, il formarsi, la libertà, la paura, a cui però si aggiunge una nuova 'sfera' della vita umana, l’immaturità. Il libro è stranissimo, più che una storia una serie di pensieri folgoranti sulla nostra vita. Ma strana, stranissima, è anche la storia di come questo libro è arrivato a noi, di come è stato tradotto. Nel 1939 Gombrowicz, giornalista a tempo perso, coglie un’occasione: si imbarca sul Chrobry che inaugura la rotta Danzica-Buenos Aires. Ma intanto la Polonia è invasa dalle truppe tedesche. Non è possibile tornare indietro. Quando il transatlantico giunge a Buenos Aires, quella che doveva essere una visita di pochi giorni –Witold è privo di documenti,– si trasforma in una nuova vita di stenti e di reinvenzione di se stesso. Qui nasce la fortuna di Ferdydurke: nel retrobottega di un bar lo stesso autore, insieme a una composita accolita di intellettuali sudamericani spiantati (tra i quali un altro autore che diverrà famoso, il cubano Virgilio Piñera) traduce in spagnolo il romanzo. Lui non sa una parola di spagnolo, gli altri non sanno una parola di polacco. Ma in giorni e giorni di dicussioni di gruppo il testo polacco viene tradotto in spagnolo L’edizione spagnola (1947), per fortuite vie, troverà in Francia il meritato apprezzamento, ma la traduzione francese fu fatta dallo spagnolo. La traduzione in italiano (Einaudi, 1961) era incompleta, basata a sua volta su quella francese. Una traduzione italiana dall’originale polacco fu fatta finalmente solo nel 1993 (Feltrinelli). (F.V.) (a questa vicenda Laura Pariani ha dedicato un libro, La straduzione, …).

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Richard P. Feynman

Chi l'ha detto che gli uomini di scienza sono noiosi? Beh, non si può generalizzare. Ce ne sono di pallosi e di spiritosi, come del resto tra i commercialisti, i tappezzieri, i giornalisti, i comici, nessuna categoria esclusa. Tra gli scienziati il Nobel della spiritosaggine va comunque, insindacabilmente, al fisico americano Richard Feynman (1918-88) che per la cronaca vinse pure il Nobel, proprio il Nobel, quello di Stoccolma, nel 1965: per i suoi studi nel campo dell'elettrodinamica quantistica, insomma perché fece scoperte basilari sulle interazioni tra le particelle elementari. Robe dell'altro mondo, da entrare in sintonia con l'Assoluto. Ma la cosa buffa è che la fisica, per lui, fu quasi una seconda attività. Perché la sua prima... chiamiamola "attività", fu quella di divertirsi e di fare scherzi. E infatti, nella prefazione al libro Sta scherzando, Mr. Feynman! (Zanichelli, 1988), sottotitolo Vita e avventure di uno scienziato curioso, praticamente un'autobiografia, ecco cosa Ralph Leighton, suo amico in vita, scrive di lui: «Inoltre, il fatto che una persona sia riuscita da sola a combinare tanti guai è certo fonte d'ispirazione». Ma quali guai? Soprattutto scherzi, e in qualsiasi momento, non appena se ne presentava l'occasione. Tipo quello di lasciare la mancia sotto due bicchieri rovesciati e pieni d'acqua in modo che quando il povero cameriere cercava di prenderla... Ma perché due bicchieri? Perché... la vittima, sbagliando col primo, avesse la possibilità di redimersi col secondo. Feynman scherzava con tutto: con le lingue quando fingeva ad esempio di sapere l'italiano con frasi grammelot tipo "Ronto piti cale, a tanto cinto quinta lalda / O la tinta dalla lalta, ienta puccia lalla talta!"; con le porte interne che si divertiva a rubare e a nascondere in cantina; con le casseforti che lui violava e insegnava a violare come nulla fosse, e passi all'università, ma a Los Alamos quelle a prova di tutto dove c'erano i segreti della bomba atomica, avere violato quelle suscitò davvero un bel casino! Vittima, a Los Alamos, fu un suo collega responsabile del progetto. Quando il tapino si rese conto che era tutto uno scherzo... quello che accadde lo riferisce nel libro lo stesso Feynman: «Io mi avviai prudentemente all'uscita. A dire la verità, avevo paura che mi saltasse addosso. E infatti mi corse dietro nel corridoio; invece di arrabbiarsi però, quasi mi abbracciò per il grande sollievo nel constatare che il furto dei segreti atomici altro non era che uno scherzo di cattivo gusto». Peccato che Feynman se ne sia andato. Ma ve la immaginate una rubrica di scienza da lui tenuta sul Corriere della Sera o su la Repubblica? C'è da scommetterci che voi tutti, di punto in bianco, vi interessereste di beta e gamma, di spin e quark, di tutte quelle robe lì, e le tirature andrebbero alle stelle. Ma Feynman, dall'aldilà, continua a fare scherzi? Parrebbe di sì. A pagina 52 del libro (ristampa del 92), proprio la frase clou da cui è tratto il titolo, ha il suo bel refusetto. Manca la esse. Vi si legge infatti: "sta cherzando, Mr. Feynman?". Cherzare, un refuso o italiano grammelot per prendere in giro noi lettori italiani oltre ai suoi compagni dell'aldilà? Trattandosi di Feynman, nulla è da escludere. (Enrico Pieruccini).

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Juan Emar

Pseudonimo di Álvaro Yáñez Bianchi, eccentrico scrittore cileno, irruppe sulla scena letterarioa degli anni venti con una letteratura d'avanguardia, anomala e eccentrica (i personaggi, i loro nomi, le loro storie sono sbalorditivi), mettendosi anche contro le istituzioni artistiche con i suoiarticoli. Annientato e incompreso dalla critica, scomparve per quasi dieci anni. Ricomparve assumendo lo pseudonimo polemico (in francese: Jean Emar, ovvero j'en ai marrre, ne ho abbastanza, sono disgustato), e con questo scrisse un libro interminabile, e infatti incompiuto dopo circa cinquemila pagine: Umbral, libro quanto mai eccentrico, ludico, di smisurata gratuità. Pubblicato nel 1977, segnò il suo riscatto. Ma ancora oggi Juan Emar è uno scrittore quasi sconosciuto, anche agli studiosi, che la sua eccentricità continua a tenere lontani.

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Sir Edmund Blackhouse

Il più grande studioso della Cina, che in cina non andò mai: il suo libro sulla Cina fu il vangelo degli studiosi per decine di anni. (scheda da Pieruccini).

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Frederick Rolfe, alias Baron Corvo

Sebbene la sua opera, marcatamente autobiografica, ci presenta solo protagonisti incredibilmente magnanimi e forti, Rolfe (1860-1913) visse in realtà di espedienti; non ultimo la scelta di scomparire dalla scena con il suo nome per riapparirvi con pseudonimi (con il più noto dei quali, Baron Corvo, finirà con l'identificarsi). Lontano da ogni modello, Rolfe fu soprattutto vittima di se stesso. Vittima di tremende pulsioni autodistruttive, del senso di colpa per le proprie tendenze omosessuali, e di un narcisismo che lo spingeva a un insano atteggiamento di rivalsa e di vendetta nei confronti di chiunque gli era vicino. Cosicché le sue opere, quale che sia l'argomento, hanno un unico doppio tema, che l'autore non riesce a controllare (e anzi: che alla fin fine non vuole controllare): l'esaltazione sfrenata della persona di Rolfe, ed al contempo l'esercizio della massima cattiveria possibile nei confronti di amici e conoscenti dai quali, tutti, si sentiva tradito. Si capirà come questo atteggiamento non abbia facilitato Rolfe nel raggiungimento della fama, ed anzi abbia condannato la sua opera alla rimozione ed all'oblio, fino a vari anni dopo la sua morte. Così si puniva Rolfe: cercava il successo, ma faceva al contempo tutto per negarselo, offendendo in modo inverecondo (per via epistolare, ed anche attraverso riconiscibilissimi personaggi dei suoi romanzi) chi avrebbe potuto o voluto aiutarlo. Era un circolo vizioso: perché più si allontanava dalla meta ambita -mantenersi con il lavoro di scrittore-, più doveva ricorrere al sostegno economico di mecenati o agli anticipi di editori, e più sentiva il bisogno di vendicarsi piegando a questo fine la sua forte vena di artista. La maggior parte della sua produzione è di tipo semi-storico; come lui stesso scrive: "la storia, cioè, come non era stata, ma come sarebbe potuta benissimo essere". Ma in due opere ambientate in epoca contemporanea Rolfe raggiunge, nel bene e nel male, il massimo. In Hadrian the Seventh (1904) per giudicare la Chiesa cattolica, che gli aveva rifiutato il sacerdozio, si fa -né più ne meno- Papa. Un Papa, naturalmente, geniale e riformatore. Nel Desiderio e la ricerca del tutto racconta con poesia e felicità descrittiva, ma anche con straordinario livore, i suoi anni veneziani, che furono gli ultimi. Riesce perfino a inventarsi un incredibile riscatto per la sua vicenda umana, che si concluse invece in modo squallido. (F.V.).

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Giuseppe Fumagalli

Gli anni Trenta devono essere stati anni d’oro per la raccolta di aneddoti. Una delle raccolte più celebri, quella di Fernando Palazzi (1884-1962) pubblicata da Ceschina nel 1934, sopravvive tuttora nel prezioso Dizionario degli aneddoti (ed. Garzanti-Vallardi) che propone «oltre 2.600 tra episodi insoliti, situazioni divertenti e battute brillanti dei personaggi famosi di ogni tempo». Meno nota, se non sconosciuta, è invece la raccolta curata da Giuseppe Fumagalli - un colto che sapeva ridere della cultura- e uscita l’anno prima, nel 1933. Un capolavoro dimenticato suddiviso in tre parti i cui titoli – come scrive Fumagalli nella prefazione – «spiegano da sé la loro contenenza: I. Il libro e i libri - Bibliofilia e bibliografia. II. Biblioteche e bibliotecari. III. Commercio del libro - Editori e librai». A parte qualche aneddoto tratto da raccolte di Disraeli, Lalenne, Scarlatti e Lumachi, il libro nasce da contributi originali di Fumagalli e di amici suoi. Ecco alcuni di questi aneddoti Un giornalista chiese un giorno a Mark Twain quali fossero i libri che più gli piacessero. «Secondo! – rispose Mark Twain. «Il valore dei libri varia secondo le circostanze. Un libro rilegato in cuoio è eccellente per affilare i rasoi; un libro piccolo, quintessenziale come li sanno fare gli scrittori della vecchia Europa, serve meravigliosamente per zeppare la gamba più corta di un tavolino traballante; un vecchio libro legato in pergamena, costituisce il migliore dei proiettili da lanciare contro i gatti importuni; finalmente un atlante dai Tra i frequentatori indesiderabili delle Biblioteche, ci sono quelli che hanno la mania di scrivere nei margini dei libri: pessima abitudine sempre, deplorevole soprattutto quando di tratta di guastare i libri altrui (...). Più grave è quando sono i bibliotecari stessi a scrivere sui libri. E allora quis custodiet ipsos custodes? Però il caso è raro e quello che io sto per raccontare è veramente un’eccezione e pesa sulla memoria del buon Olindo Guerrini, di cui dovrò fra breve riparlare a lungo, ma al Guerrini molto va perdonato perché... molto ha riso e fatto ridere. Una volta, alla Biblioteca di Bologna, Alberto Bacchi della Lega, che era suo dipendente e che si dilettava di ornitologia, stava leggendo l’opera del Savi; si alza un momento e si assenta lasciando aperto il volume al capitolo Passer Italiae. Passa il Guerrini, legge e scrive sui margini del libro: Deh, l’ornitologo come un corbello scambia la passera per un uccello. e se ne va sogghignando nella barbetta mefistofelica. Speriamo che li abbiano cancellati quei quattro versetti. (E invece no, speriamo che ci siano ancora). (...) Sempre del Guerrini ho sentito in Bologna raccontare più volte che egli accompagnava talora i visitatori stranieri in giro per la Biblioteca, compiacendosi di raccontare loro delle frottole sbalorditive e ricevendone la mancia che passava agli uscieri ridendo con loro del tiro fatto a quegli allocchi. (Enrico Pieruccini).

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Marchesa Luisa Casati

La Marchesa Luisa Casati, nata nel 1881 in una famiglia di ricchissimi cotonieri milanesi di origini austriache, dedicò tutta la vita a diventare un'opera d'arte vivente". Ovunque andasse creava scandalo. Portava pitoni vivi attorno al collo, passeggiava tenendo al guinzaglio ghepardi con collari tempestati di diamanti, dava feste favolose nei suoi palazzi di Venezia e Parigi. Una volta affittò addirittura tutta piazza San Marco. Ma chi fu veramente? Le sue "vittime" furono alcune delle più grandi menti contemporanee, da D'Annunzio a Marinetti, da Balla a Cocteau. Luisa Casati, nata ricca - incrementò i suoi possedimenti sposando il marchese Camillo Casati Stampa di Soncino - ha sempre mostrato grande disprezzo per il denaro, che sprecava distrattamente. Ebbe un'esistenza tumultuosa e fu la musa di molti artisti, cominciando da Boldini, che la ritrasse nelle vesti di anti-Gioconda come fu subito battezzata fulminato dal biancore del viso e dalla luce cupa dello sguardo. Il suo incontro con Gabriele D'Annunzio non seguì la normale parabola delle relazioni dell'avido poeta, pronto a disprezzare le vittime del suo fascino. L'unica donna di cui parlava con un rispetto pieno di meraviglia era proprio la marchesa Casati, ricorda André Germain, che la frequentò a lungo. Secondo molti la ragione dei suoi successi andava cercata negli audaci exploit dell'aristocratica. Per amore dell'eccesso, puntualizza Germain, Luisa Casati si impiastricciava un viso bellissimo, sfigurandosi dal punto di vista estetico. I suoi fiammeggianti occhi da lupa brillavano in una faccia da incubo. L'eccentricità, abilmente creata, delle sue toelette, accompagnava la laboriosa eccentricità del volto. Nonostante la folla dei suoi ritrattisti, da Boldini a Van Dongen, da Bakst a Zuloaga, Cocteau e Beaton, la vera fonte d'ispirazione furono le sovraccariche divinità di Moreau, predilette dai decadenti. Affascinò i futuristi, che non esitarono a dichiararla dei loro. Nessuno più di lei fu lontano dalla sobrietà assoluta prescritta dal dandismo, con cui ebbe però in comune la propensione a stupire. Come Baudelaire, la Casati preferiva sbalordire che affascinare; riallacciandosi così intimamente a una delle vocazioni dell'avanguardia. La marchesa fu pittrice, scultrice e commediografa di se stessa, nell'intento di abbagliare i contemporanei con il rutilante macchinario di cui si circondava. Il suo zoo privato spaziava dal ghepardo al sonnolento boa. Il ghepardo si comportava abbastanza bene. D'altronde, quando seguiva la sua padrona, era sorvegliato da un domatore. "La marchesa, per le sue passeggiate veneziane, aggiungeva al ghepardo una colomba. Lui la mangiava solo raramente ... rammenta un amico. Soltanto una volta il boa aveva causato qualche fastidio, sfuggendo, a Capri, alle carezze della sua padrona per esibirsi sotto gli sguardi atterriti dei turisti. Poi fu la volta di un pappagallo nero, e il bonario felino cedette il campo a una pantera automatica, dotata di un meccanismo grazie al quale ruggiva e muoveva testa, occhi e coda. La marchesa non fu una delle femmes fatales che tanto ammaliavano i contemporanei. Nonostante lo sguardo meduseo e le reiterate esibizioni della sua nudità, non rovinò nessun amante, nessuno si suicidò, nessuno morì di dolore per i suoi abbandoni. I suoi amori, a parte quello, mai finito, con il divino poeta, rimasero al margine della sua eccezionale esistenza. Gli ultimi vent'anni della sua vita furono segnati dalla rovina fisica e finanziaria. Dissipate in follie e festeggiamenti le sue ragguardevoli sostanze, fu soccorsa da un caritatevole inglese, nel cui castello, ricorda Germain, ritrovava il suo splendore e la sua aria altera. Se Cecil Beaton colse, con un trabocchetto, le ultime patetiche immagini della primadonna, ormai vecchia e segnata, sotto la spessa veletta e la pelliccia tarlata di leopardo, in realtà soltanto Man Ray seppe cogliere il suo segreto nel ritratto magico del 1922. In questa fotografia la Casati ha due serie dei suoi famosi occhi sovrapposte, l'una gli occhi di mica di Balla, fatti per essere guardati, gli altri, affioranti sotto i primi, per guardare, spiare gli spettatori dell'attardato miracolo della sua parabola di decadente cometa.

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